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Conferenza sul counseling filosofico tenuta dalla Prof.ssa Grassi


Nell’orizzonte confuso delle professioni e del mondo del lavoro è recentemente comparso un nuovo nato. La conferenza della professoressa Grassi è, se non l'atto di nascita, quantomeno il discorso inaugurale di qualcosa di nuovo, che cerca spazio, successo, diffusione: il counseling filosofico. In cosa consiste? La risposta non è così facile come sembra, e forse per maggior rispetto non dovremmo tentarne una tanto audace semplificazione: essenzialmente ciò sembra riassumersi in una sorta di aiuto nella vita, laddove ci sembra di aver perso l'orientamento, di aver smarrito la bussola, di trovarci come in mezzo a un mare in tempesta il counseling si configura non come un mezzo di facile salvezza, ma come la possibilità di una guida, di un bastone cui poggiarsi, di un salvagente nel quale affrontare la tempesta; forse di una spalla su cui piangere. Per quanto potrebbe sembrare sovrapporsi al compito dello psicologo, l'esperienza del counseling è essenzialmente qualcosa d'altro: un tentativo di confronto sui valori e, prima di tutto, come un incontro che una volta tanto non sia, come dice Calvino, uno "sbranarsi", ma un ritrovarsi, un conoscersi, perché no, reciproco, che magari non si esaurisce in un qualche sporadico e conteggiato incontro - come spesso capita nel campo della psicologia, sopratutto laddove sorga l'impossibilità d'una pronta guarigione - ma nel continuo tenersi in contatto.
Come può realizzarsi tutto questo? Due indicazioni di metodo innanzitutto: una buona, se non ottima, conoscenza della letteratura filosofica e non solo da parte dei cosiddetti "consiglieri filosofici" ed uno sforzo conoscitivo attuato tramite l'uso di un diario da parte di chi intende confrontarsi con loro, nella consapevolezza che la riuscita dell'operazione dipende dalla sua capacità di mettersi in gioco e in discussione.
Una buona base culturale è ciò che spesso manca allo psicologo, aspetto questo ribadito più volte nel corso della serata, ma è sopratutto ciò che costituisce il principale background di chi dovrà esercitare questa professione, che, perdonatemi i giri di parole fin qui utilizzati, non vuole essere definito "filosofo" poiché filosofo è chi, come ricordava la professoressa Grassi, possiede un proprio elaborato e originale sistema di conoscenza - che dunque costituisce in un certo senso il fine della sua ricerca -, e non chi fa della cultura del passato un "mezzo" attraverso il quale cercare la possibilità del “riorientarsi” in una realtà multiforme quale è la nostra. Dunque il compito del “consigliere filosofico” è prettamente dialettico, non didattico (la filosofia “insegna” a proposito..) e, credo, si potrebbe citare a questo proposito il grande Epitteto:

le affermazioni "sono più ricco di te, quindi ti sono superiore", "sono più colto di te, quindi ti sono superiore", sono incongruenti. Più conforme alla logica sarà dire: "sono più ricco di te, quindi il mio patrimonio è superiore al tuo", "sono più colto di te, quindi il mio eloquio è superiore al tuo". Tu davvero non sei né patrimonio né eloquio.

Non a caso nel background teorico che costituisce le basi di questa attività la professoressa non nascondeva una certa simpatia per i sofisti dell'antica Grecia, quegli stessi che Socrate e Platone consideravano dei prezzolati professori di relativismo, che attraverso la loro capacità di creare discorsi affermavano tutto e il contrario di tutto, per di più dietro corrispettivo. Laddove invece la loro opera ha avuto se non altro il merito di scoprire le potenzialità della dialettica, di sfatare anche gli antichi irrazionali miti, di porsi in contraddizione con la morale corrente - insomma una volta viveva la cultura filosofica, la voglia di parlare davvero, la voglia di confrontarsi, di mettere in gioco se stessi interamente si trovava nella strade, lo so, parlo di secoli, e tanti che più non si contano, quando si poteva incontrare Socrate per le strade, Diogene nascosto in una botte, il riconvertito pugile Cleante, si poteva osservare Epicuro passeggiare o intrattenersi nel suo giardino con persone di qualunque categoria sociale, allora Epitteto ti avrebbe insultato e ti avrebbe urlato: schiavo!
Oggi, in mondo perso, disperato, nevrotico, disorientato questo compito, eroico se vogliamo, vuole rinascere proprio con questo nome "counseling filosofico": non stupiamoci che sia a pagamento perché neanche allora non è che Platone fosse alla portata di tutti, neanche Aristotele a dir la verità, senza togliere che possedere abbastanza per poterli ascoltare non era nemmeno tutto; la Grecia non era questo ameno mondo in cui folti gruppi di persone avvolti nelle loro bianche coperte passeggiavano per le strade interrogandosi sull'essere e la verità, questa era fortuna da aristocratici, quei pochi in mezzo al nero formicaio degli schiavi, dei commercianti, degli artisti, dei bottegai, degli atleti..

Ma considerato tutto questo, proprio perché qualunque discorso filosofico vuole essere una negazione e così, negando si afferma e si conosce - come sosteneva Hegel - cos'altro possiamo dire a riguardo di quest' attività che si prefigge un così alto compito e dovere verso le nostre anime? nella miseria che ci circonda quanti rimedi ci sono sembrati in fondo poca cosa? e la psicologia, ancor oggi così discussa e discutibile, davvero non è più sufficiente? che la preparazione degli psicologi spesso lasci a desiderare talvolta è pacifico, ma cosa davvero garantisce la vera preparazione dei filosofi? sopratutto oggi che l'insegnamento della filosofia, per vari motivi che non ha senso ribadire in questo breve articolo, è parecchio decaduto e lo dicono dei grandi a partire da Reale. Nella filosofia, e forse questo costituisce anche il bello della materia, oggi più che mai, a contare è lo spazio del ricercatore, di chi la studia. Perché egli è chiamato a prendere parte alla creazione di sé stesso e del mondo, perché il mondo ha bisogno di essere continuamente rigenerato e l'evolversi della cultura è essenzialmente questo. La filosofia non è un sapere che si insegna, così è invece la bistrattata psicologia per quanto nei fatti molto dipenda dallo psicologo, nella filosofia invece lo studente migliore è quello che irride le vecchie sapienze, che sfida il passato, pur rispettandolo, ma che tenta di superarlo a suo rischio e pericolo. Che la filosofia è questo rischio e pericolo. O forse davvero dobbiamo credere alla filosofia come cura dell'anima? Certo, difficile è dire quanto tale cura possa essere a portata di tutti. Basti pensare che fra sei settecento l'aggettivo stoico (nel francese Stoisien in contrapposizione a Stoic, inteso come appartenente alla stoà scuola filosofica) aveva il significato di ipocrita, proprio perché i valori di quella filosofia, di cui Vico diceva che ha dimenticato la vita, erano considerati impraticabili. Per leggere qualcosa di diverso a riguardo potrei citare il Leopardi del volgarizzamento del manuale di Epitteto, e mi si perdoni la lunghezza della citazione:

Ora la utilità di questa disposizione [si riferisce al contenuto del manuale], e della pratica di essa nell'uso del vivere, nasce solo da questo, che l'uomo non può nella sua vita per modo alcuno né conseguir la beatitudine né schivare una continua infelicità. Che se a lui fosse possibile di pervenire a questi fini, certo non sarebbe utile, né anco ragionevole, di astenersi dal procacciarli. Ora non potendogli ottenere, è proprio degli spiriti grandi e forti l'ostinarsi nientedimeno in desiderarli e cercarli ansiosamente, il contrastare, almeno dentro se medesimi, alla necessità [...] Proprio degli spiriti deboli di natura, o debilitati dall'uso dei mali e dalla cognizione della imbecillità naturale e irreparabile dei viventi, si è il cedere e conformarsi alla fortuna e al fato, il ridursi a desiderare solamente poco, e questo poco ancora rimessamente; anzi per così dire il perdere quasi del tutto l'abito e la facoltà siccome di sperare così di desiderare

per terminare, nel consueto abito del pessimismo

imperocchè veramente a ottenere quella miglior condizione di vita e quella sola felicità che si può trovare al mondo, non hanno gli uomini altra via se non questa di rinunciare alla felicità ed astenersi quanto è possibile dalla fuga del suo contrario.

Lungi da me sostenere questa via, lungi da me pensare che non via sia uscita al mondo se non quella dell'infelicità, lungi da me credere che siano poco capaci, male ispirati, questi sicuramente appassionati "nuovi filosofi", mi concedano questo termine; dentro di me, tuttavia rimane la ferrea convinzione che questa strada sia in assoluto la più complessa, discutibile, difficile che ci sia e sperare che attraverso di essa chiunque possa trovare una solida direttiva di vita nell'arco di qualche incontro lo trovo francamente alquanto problematico. Soprattutto perché il confronto non può esaurirsi in un dibattito dialettico, non può esservi discrasia fra vita e pensiero, ma l’una deve coinvolgere organicamente l’altro. Il cammino del filosofo – e, diversamente dalla Prof.ssa Grassi, intendo dire colui che ricerca - non ha mai fine, è duro e non da tutti. Da sempre la filosofia è un terreno di combattimento, di lotta quantomeno con se stessi. La vita non è cosa dolce a viversi, diceva Seneca, proprio lui che credeva nella cura dell'anima, diceva: la vera felicità è austera.
Questa non vuole essere una critica quanto invece un tentativo, umilissimo e aperto a contro critiche, di temprare la credibilità che questa nuova attività certamente ha bisogno di forgiare, laddove la psicologia se non altro ha alle spalle grande letteratura e pratica.
Ove, cioè, sembra forse un po' sibillino il voler riparare alla crisi della psicologia (alcune volte considerata una “pezza” o una “toppa” per buchi che non può coprire) con un’altra attività quanto mai affine, invece di tentar di stimolare un miglioramento o un incremento delle competenze in quel campo: il rischio sarà poi quello di avere infine ben due impianti da “riparare”.
Mentre il mondo una volta di più appare incorreggibile.


Giuseppe Argentieri